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2 aprile 2011

Lazio: si punta al turismo eco sostenibile

Il ministro del Turismo Vittoria Brambilla è convita: in Italia, in particolare nella regione Lazio, il turismo non va poi così tanto male. Al di là di qualche piccola flessione nel numero di prenotazioni mensili rispetto al 2010, per questo 2011 i conti evidenziano un segnale positivo che è destinato ad aumentare a ridosso dell’estate e dei grandi eventi, come la beatificazione di Carol Wojtyla il primo maggio.

Il settore che più degli altri vanta la nomina di motore dell’economia laziale ha registrato da diverso tempo un netto miglioramento in molti rami: dall’incremento del numero di presenze,la semplificazione burocratica per gli esercizi alberghieri, la liberalizzazione di internet nei pubblici servizi, incentivi per lo sviluppo degli ostelli della gioventù, allo sviluppo di veri e propri sistemi turistici eco compatibili.

E’ proprio sul turismo sostenibile che oggi punta la crescita turistica laziale: un modo diverso di concepire lavacanza nel totale rispetto dell’ambiente e nella massima qualità.

Un’indagine di Legambiente Lazio ha dimostrato che grazie alle buone pratiche messe in atto da aziende aderenti al progetto di risparmio ecologico di Legambiente Turismo, nel 2010 sono stati risparmiati 3.650 metri cubi d'acqua, 80 Mwh di energia elettrica, 30 tonnellate di CO2 all'anno.

Si tratta di un programma internazionale che prevede l’adozione da parte delle aziende alberghiere di tecniche di risparmio per il riscaldamento dell'acqua, l'installazione di lampadine ad alta efficienza, riduzione a monte dei rifiuti, prevalenza di mono dosi alimentari e igieniche, l’offerta di biciclette e mezzi pubblici in sostituzione delle auto private. Non manca la promozione di un’alimentazione più sana, la valorizzazione della tradizione gastronomica locale,l’incentivazione del trasporto collettivo, l’impegno contro l'inquinamento acustico, la promozione e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali dell'area. 
Una struttura ricettiva o turistica consigliataper l'impegno in difesa dell'ambiente” si impegna,quindi,con iniziative piccole ma efficaci a migliorare la gestione ambientale riducendo i consumi critici e a sensibilizzare i propri ospiti sull'obiettivo comune di migliorare la qualità della vacanza salvaguardando la qualità dell'ambiente. 
“Come molti albergatori hanno ben compreso – ha detto il Presidente Nazionale di Legambiente Turismo, Luigi Rambelli  la qualità ambientale, paesaggio e natura, patrimonio artistico, gastronomia,vivibilità delle località e capacità di accogliere, sono ormai i criteri più importanti per la scelta di una vacanza o di un viaggio”.

L'etichetta ecologica di Legambiente Turismo è attualmente la maggiore in Italia in questo settore: con circa 400 aziende associate in 16 regioni, perpiù di 63.000 posti e quasi 7 milioni di presenze all'anno, detiene la presidenza di VISIT Europa, la rete delle ecolabel europee; fa parte di Necstour, la rete delle Regioni Europee per il Turismo e del Global Sustainable Tourism Council, l'organizzazione che sta lavorando alla definizione di una griglia mondiale per i criteri della sostenibilità nel turismo.  

Lo sviluppo sostenibile diventa una sfida importantea cui sono di fronte i territori.

Fondamentale è in questa ottica l’alleanza tra igoverni locali e le imprese.

I risultati evidenziati dal monitoraggio delle aziende del Lazio aderenti a Legambiente Turismo dovrebbero essere di grande stimolo sia agli amministratori locali per porre in atto politiche di sviluppo ambientali sostenibili, sia alle aziende turistiche al fine di realizzare un’offerta turistica e scelte imprenditoriali che tutelino l’ambiente e migliorino le loro performance economiche. 

2 aprile 2011

Frane e piogge, trema la regione Lazio

Frane, fango e disagi per i pendolari. La Regione Lazio è piegata a metà.

Nonostante siano passati diversi giorni dalle continue piogge che hanno smosso quantità rilevanti di terra, la situazione sembra non essere tornata del tutto alla normalità.

Gli operatori delle viabilità provinciali sono al lavoro per ripristinare la circolazione automobilistica nelle arterie stradali chiuse al traffico, in particolare nell’area dei Monti Prenestini, della Valle dell’Aniene e dei Monti Lepini.

La Provincia di Roma ha avviato il monitoraggio sul territorio per quantificare i danni provocati dal maltempo e richiesto alla Regione Lazio lo stato di calamità. Il presidente della Provincia di Roma,Nicola Zingaretti, ha annunciato che chiederà al governatore della Regione Lazio, Renata Polverini, il riconoscimento dello stato di calamità naturale per tutta l'area dei Monti Prenestini. "Chiamerò Polverini - ha aggiunto Zingaretti - per avviare l'iter che porti allo stanziamento di fondi per affrontare subito l'emergenza". 

Anche l’assessore provinciale alla Viabilità e Lavori Pubblici, Marco Vincenzi, ha sottolineato la richiesta d’intervento della Regione. ”Vista la dimensione e la gravità dei danni, mi auguro che la Regione Lazio raccolga l’appello fatto dal presidente Zingaretti e dagli amministratori locali, per la richiesta di riconoscimento dello stato di calamità naturale nell’area dei Monti Prenestini e della Valle dell’Aniene, in modo da poter programmare e avviare con certezza di risorseeconomiche tutti gli interventi necessari per superare questa grave emergenza“.

Le difficoltà maggiori si registrano nei comuni di Olevano Romano, Bellegra, Rocca Santo Stefano, Pisoniano e San Vito Romano. Proprio a San Vito Romano la situazione è grave. Il sindaco Amedeo Rossi ha dovuto sfollare 40 persone dai tre edifici sotto una strada franata. “Stavolta – sospira Rossi – siamo davvero in ginocchio. Spero arrivi presto il decretodella Polverini così che il Governo dichiari lo stato di calamità naturale. Lancio anche un appello affinché si metta fine a nuove costruzioni e nuovestrade. Questi territori sono delicati e vanno salvaguardati”. Disagi riscontrati anche nella viabilità. Le strade che collegano San Vito a Bellegra eBellegra a Rocca Santo Stefano sono state limitate al traffico.

La Provincia di Roma ha già iniziato i primi interventi per ripristinare i collegamenti con Bellegra e con Olevano e per riaprire il trattourbano dell’Empolitana.

Ad Olevano l’emergenza è rientrata. Il sindaco, Guglielmina Ranaldi, inizialmente ha dovuto sgomberare una famiglia in via San Francescod’Assisi, per lo smottamento della provinciale che conduce all’istituto comprensivo. Resta per ora interrotta solo la provinciale Selva di Sopra.

Meno grave la situazione a Genazzano, Cave, Gerano e altricentri della zona. A Cave è segnalata l’interruzione totale del traffico sull’exSs 155, tra Palestrina e Cave, per uno smottamento all’altezza di Sant’Antonio.La viabilità è deviata a Colle Palme in direzione Valmontone e sembra che lo sarà ancora per diverso tempo. Dopo la visita del presidente della Provincia,Nicola Zingaretti, anche l’assessore regionale all’ambiente, Marco Mattei, ha raggiunto i paesi colpiti dalla calamità per testimoniare loro la presenza e la vicinanza della Regione in un momento difficile. “La presidente Polverini– ha aggiunto l’assessore – è costantemente aggiornata sullo stato dell’arte e sull’evoluzione della situazione. Come Regione non ci sottrarremo ai nostri doveri e interverremo capillarmente per rimettere presto in sicurezza le zone colpite”.

Piogge e danni non sono mancanti anche nelle restanti zonedel Lazio. La XVIII Comunità Montana dei Monti Lepini ha denunciato lo statod’emergenza e si è attivata prontamente per far fronte alla difficile situazione che il maltempo ha provocato. In una prima stima dei danni è stato richiesto alla Regione, Assessorato all’Ambiente, un contributo straordinario di 700 mila euro per il risarcimento dei danni.

In Provincia di Frosinone i danni non sono stati catastrofici. E’ stata ripristinata tempestivamente la circolazione su molte arterie provinciali, nonostante l’emergenza frane nella zona settentrionale e centrale del territorio. Il monitoraggio costante ha consentito di scongiurarel’esondazione del Sacco e di disporre la chiusura di alcune strade di accesso aun paio di ponti soggetti a cedimenti il cui manto stradale era sceso di 20 centimetri sotto il peso della pioggia battente.  

Frane ed alluvioni restano dunque i principali nemici della regione centrale.

Lo scorso anno molti comuni hanno vissuto una situazione di disagio simile. Ciò nonostante, nulla o poco e cambiato. L’88% dei Comuni del Lazio ha nel proprio territorio aree a rischio frana ma la prevenzione adeguata con il coinvolgimento delle amministrazioni comunali e delle associazioni, gli interventi di delocalizzazione, i piani di emergenza ed investimento su interventidi messa in sicurezza restano ancora limitati.

E’ evidente la necessità di una visione d’insieme delle problematiche di cui soffre la regione dal punto di vista idrogeologico, per risolvere le carenze infrastrutturali e disporre la messa in sicurezza delle aree più critiche.

4 novembre 2010

Giovani e Politica, il futuro del paese

L’Italia lascia poco spazio alle giovani promesse, in particolare in ambito politico. Ovviamente ci sono alcune eccezioni, come Giorgia Meloni, attuale ministro della gioventù che non nasconde la difficoltà ad emergere in ambito politico come giovane e come donna.

Ministro Meloni, l’Italia è un paese dove le massime cariche dello stato, dei partiti e dei sindacati sono rappresentate da persone oltre gli “anta”. Lei è un esempio raro di un ministro giovane, con una carriera politica molto precoce. Crede davvero che questo paese non sia un paese per giovani

E’ indubbio che la nostra Nazione sia caratterizzata da una gerontocrazia predominante, e che troppo spesso i “capelli bianchi” siano troppo semplicisticamente considerati come sinonimo di maggiore esperienza e, quindi, maggiore capacità. Il compito che mi sono data all’inizio del mio mandato è proprio quello di far sì che i giovani riescano ad avere un ruolo sempre più rilevante. Certo, la situazione attuale non è consolante, ma sono convinta che a volte nelle difficoltà esca il meglio delle persone. Ci sono elementi che rendono questa nostra epoca molto interessante. Siamo la prima generazione di massa europea, che può viaggiare con velocità e a basso costo, possiamo imparare altre lingue, usanze e arricchire il nostro bagaglio culturale con una facilità che ai nostri padri non era consentita. Abbiamo Internet, e la familiarità con i nuovi strumenti della comunicazione può fare la differenza.

Lei ha iniziato la sua esperienza politica come consigliere provinciale. Prima però ha operato come militante nel partito e nelle associazioni di destra. Da dove nasce questo interesse? 

A spingermi verso la politica, a far nascere in me il desiderio di partecipazione, di essere protagonista di un certo tipo di scelte e non solo semplice spettatrice, è stato uno degli episodi più drammatici della storia recente italiana: la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. In quel momento, mentre scorrevo sbigottita le immagini dell’attentato che rimbalzavano su tutti i canali, ho capito che non avrei potuto restarmene a guardare senza fare nulla per cambiare ciò che non andava nella mia Nazione.

Nelle province d’Italia si registra un buon numero di eletti giovani. Lei crede che i palazzi delle Province possano far emergere gli ideali di queste nuove forze, anche qui, il giovane diventa vecchio e si omologa agli ideali dei partito maggiore per non restare fuori? 

Credo che molto dipenda dal tipo di sistema elettorale che li elegge. L’attuale sistema prevede comunque una candidatura di partito, quindi è inevitabile che vi sia un rapporto molto stretto. Il che non è necessariamente un male. D’altraparte, un sistema di primarie tra gli iscritti potrebbe consentire una concorrenza meno condizionata dalle indicazioni che vengono dall’alto. Personalmente conservo un buon ricordo di quando lo facemmo a Roma. Credo sitratti della giusta via di mezzo tra il rispetto delle regole all’interno di un partito e la legittima libertà di chi si pone individualmente in concorrenza con altri all’interno del medesimo schieramento.

Come è stata la sua esperienza come consigliere? 

Davvero molto utile e interessante. Considero l’impegno territoriale necessario per capire le dinamiche della politica e per dare il giusto valore al rapporto con i cittadini. Pur avendo avuto personalmente un percorso politico piuttosto breve, credo che sia importante percorrere le diverse tappe dell’impegno civile territoriale priva di arrivare a ricoprire incarichi nazionali.

Nei partiti fortunatamente si da spazio alle giovani generazioni. Si creano movimenti adatti ma, se si fanno due conti, questi risultano la brutta copia del partito maggiore, dove le scelte non sono frutto della collaborazione tra le due identità bensì di una delle parti. Questo accade anche lì dove l’identità giovanile avrebbe maggior esigenza di prevalere: quindi nella scuola, università e lavoro. C’è un modo per dare veramente importanza ai movimenti giovanili? 

Sono convinta che la vicenda della Giovane Italia possa essere un ottimo esempio a riguardo. Così com’è stato il PdL per i partiti da cui è nato, la Giovane Italia è la sintesi di due storie, due esperienze politiche differenti ma non distanti, che ora viaggiano insieme spinte da ideali e principi comuni, e verso un comune obiettivo. Con in più la passione e l’energia visionaria dei vent’anni, elementi essenziali in un movimento giovanile, assieme al desideriodi protagonismo e di partecipazione. L’unico vero modo per offrire ai giovani militanti un’occasione concreta è tornare finalmente a premiare ed incentivareil merito, dando ai più bravi e ai più volenterosi la possibilità di conquistarsi il futuro cui aspirano.

Crede che la scarsa propensione alla politica della gran parte dei giovani, sia causata da questa prevalenza dei cosiddetti“capi bastone”? 


In realtà studi e statistiche ci dicono che i giovani non sono affatto disinteressati alla politica, ma che la gran parte dei giovani accosta alla politica sentimenti di rabbia, risentimento, talvolta perfino disgusto. Questo non significa affatto indifferenza, bensì  una ferma contrarietà alla politica così come oggi è concepita: i giovani chiedono risposte concrete a problemi e necessità reali, e non insipidi battibecchi tra partiti e fazioni, vogliono un a politica che racconti la realtà così com’è e lavori per cambiarla. Che dica le cose come stanno, insomma, senza raccontare bugie. L’unica maniera efficace per far cambiare questi sentimenti di avversione da parte dei giovani è non tanto cercare di avvicinare i giovani alla politica ma, al contrario, avvicinando la politica ai giovani: questo si può fare solo riservando loro un ruolo da protagonisti, e non da comparse; rispondendo con puntualità alle loro domande, offrendo soluzioni a quelli che loro ritengono siano i problemi più importanti.

Lei è stata eletta Presidente di Azione Giovani nel 2004. Finalmente una donna a capo di un movimento giovanile. Quali sono state le difficoltà?

Intanto ritrovarmi da sola in una direzione composta dal 99% di uomini. E dopo aver vinto per pochi voti un congresso durissimo! Che inevitabilmente si portòdietro qualche strascico polemico. Ma devo dire che tutto ti forma ed infatti posso anche dire di aver partecipato a una stagione politica esaltante, grazie al concorso di tutti i dirigenti del movimento.

Ha parlato di massa giovanile stile “Bulli e Pupi”, oggi qual è la visione del Ministro Meloni?

Misono sempre battuta contro questo tipo di definizione della gioventù italiana. Purtroppo siamo abituati a sentir parlare soltanto di “bamboccioni”, bulli, veline e tronisti, o di qualunque altro epiteto coniato ad hoc dai media per descrivere solo il lato peggiore della gioventù italiana, che comunque rappresenta, perfortuna, soltanto una ristrettissima minoranza di essa. I giovani italiani sonotutt’altro: studiano, lavorano, fanno sport, sono la generazione che più di ogni altra in passato si impegna nel volontariato, nonostante, per la prima volta nella storia della Repubblica, si trovino ad aver ereditato una realtà peggiore e più difficile di quella vissuta dalla generazione che li ha preceduti.

Cosa sta mettendo in campo il Ministro della Gioventù per cambiare questo sistema? 

Sono tanti i fronti su cui ci siamo mossi per cercare di fare qualcosa di importante per la gioventù italiana: abbiamo lavorato soprattutto per dare proprio quell’opportunità di emergere chemanca a tanti giovani. Ad esempio, sul fronte dell’occupazione, abbiamo messo in campo progetti volti alla promozione della cultura d’impresa, in collaborazione con il mondo universitario, per aiutare i ragazzi che hanno una buona idea imprenditoriale a superare la difficile fase dello start up e a conquistarsi da sé il tanto agognato posto fisso. Per premiare la creatività dei giovani italiani, il Ministero della Gioventù ha poi indetto un bando chiamato “giovani protagonisti” che ha come obbiettivo quello di promuovereprogetti presentati da giovani fino a 35 anni, in modo da dare un sostegno concreto a coloro che in questo momento di crisi hanno la forza e il coraggiodi mettere in gioco la propria creatività e la propria voglia di protagonismo giovanile. Abbiamo sottoscritto protocolli d’intesa con gli ordini professionali, come ad esempio quelli con notai e consulenti del lavoro, per offrire ai giovani il supporto e la collaborazione di chi con tanti anni di esperienza alle spalle può offrire, a chi si appresta ad iniziare un cammino professionale, il supporto necessario a superare i primi grandi, e per tanti ragazzi insormontabili, ostacoli. Una pagina significativa e toccante del nostro lavoro è stata poi scritta all’indomani del terremoto abruzzese. Tantissimi ragazzi e ragazze da tutta Italia ci chiedevano cosa fare in quelle ore per essere d’aiuto alle famiglie colpite dal terribile terremoto. Siamo stati colpiti dalla volontà che emergeva da parte di tanti giovanissimi di mobilitare energie e professionalità, donare un po’ di se stessi e del proprio tempo. L’emergenza poteva essere gestita solo da soccorritori esperti e la protezione civile non aveva risposte immediate da dare ai ragazzi. Sono oggi circa 4.500 i ragazzi che hanno riempito il modulo e che ora fanno parte di una banca dati alla quale le associazioni possono attingere. E’ la dimostrazione che quando apri un canale di comunicazione con i ragazzi, questi rispondono: non è una generazione così priva di valori e di ideali come troppo spesso la si dipinge. Vorrei poi citare ancora l’esperienza del Global Village Campus, ampliata quest’anno attraverso il progetto Campus Mentis: obiettivo dell’iniziativa è quello di far incontrare i migliori laureati italiani con le più importanti imprese italiane ed internazionali, allo scopo di creare una significativa occasione di confronto tra il top della domanda e dell’offerta nel mondo del lavoro. Uno dei progetti più ambiziosi attualmente in cantiere, che prenderà vita a Roma dal 17 al 21 novembre, è “TNT” il Festival dei giovani talenti italiani, che ha il fine di raccontare le eccellenze giovanili attraverso le loro storie e il loro percorso formativo e di dotare i giovani di strumenti per esaltare valori quali meritocrazia ed eccellenza, basi di una visione concreta e reale del mondo. L’evento è stato strutturato per far sì che non sia fine a se stesso, ma che dia l’opportunità ai giovani talenti di poter trovare nuovi stimoli attraverso l’incontro sia tra loro che con aziende, università e associazioni. Auspico che, al termine dell’evento, ogni ragazzo abbia avuto l’opportunità concreta e solida di crearsi una rete di contatti, umani e professionali, che possa soddisfarlo.

6 ottobre 2010

Uomini: bestie in carcere

“Ancora una volta lanciamo un disperato grido diallarme e un sentito appello perché la società e la stampa prendanocoscienza del dramma penitenziario. Le incivili, disumanee degradate condizioni di detenzione cui si coniugano penalizzanti einfamanti condizioni di lavoro, fanno della questione penitenziaria una veraemergenza sanitaria, umanitaria, sociale e di ordine pubblico”. 

Queste le parole di denuncia di Eugenio Sarno, segretariogenerale della Uil Pa Penitenziari, che sottolinea come, ancora una volta,continua a crescere il numero dei detenuti nelle carceri del Lazio, sottola non curanza della Regione Lazio e dello Stato. Sembra come una sfidaall’impossibile ed invece è l’assurda realtà. Sono circa 6.317 i reclusiospitati nelle14 carceri della Regione, secondo il Garante dei diritti deidetenuti del Lazio Angiolo Marroni, con circa 1.700 reclusi in piùrispetto alla capienza regolamentare.“Solo nell’ ultimo mese — hadetto — i detenuti sono aumentati di30 unità mentre, nel Lazio,nell’ultimo anno, la popolazione detenuta è cresciuta in percentuale a unritmo quasi doppio rispetto al resto Italia.In dodici mesi (da luglio 2009a luglio 2010) in Italia i detenuti sono aumentati di oltre 4.500unità (+ 7 %) mentre nel Lazio i reclusi sono aumentati di 650 unità(+12%)”. 

Le situazioni più critiche si confermano a Latina (dovei detenutidovrebbero essere 86 e sono invece 141), Viterbo (725 controi 433 previsti), Frosinone (quasi 200 in più), RebibbiaN.C. (quasi 500 inpiù) e Regina Coeli (oltre300 in più). A Rebibbia Femminile ledonne dovrebbero essere 274, sono invece 100 in più. Il paradosso non manca anchein questioni delicate come questa. 

A Rieti e Velletri ci sono strutture per oltre 300posti pronte per essere utilizzate però chiuse per carenza di agenti.A Rieti, in particolare, il nuovo carcere da 306 posti ospita 105 reclusiin due sole sezioni aperte e sovraffollate. Il resto della struttura èchiuso per carenza di risorse economiche e umane. 

Stesso discorso per Velletri, dove un nuovopadiglione per oltre 200 detenuti da tempo ultimato resta chiuso. Gli organi dicompetenza, lo Stato e la Regione, hanno dimostrato poca attenzione allasituazione, che versa in gravi condizioni in tutto il resto del Paese. Il Lazio èsolo una piccolo punto nel grande mare del disastro penitenziario che domina inItalia e i suicidi la conseguenza del menefreghismo e della poca considerazionedell’importanza della vita degli altri. Qualcuno dovrebbe intervenire.

 

Simona Rocchi

6 ottobre 2010

Piccoli personaggi in cerca d'autore

Dopo la pausa estiva l’Amministrazione comunale riprende lentamente il proprio cammino. Gli attriti interni alla maggioranza covano, silenziosi, nel sottosuolo. La smania di cambiare pervade pezzi importanti della coalizione ma la ‘volatilità’ della politica nazionale sconsiglia, al momento, ogni levata di testa. L’opposizione, dopo il tentativo dell’estate di affiggere qualche manifesto (in modo un po’ arrendevole, visto che ha subito passivamente quando se li è visti staccare tutti), è tornata sui banchi pronta (o almeno così dice) a dare battaglia alla Giunta Lena. In realtà, però, al pari di quanto accade a livello nazionale, anche a Palestrina le sorti dell’Amministrazione sembrano più legate all’evolversi delle vicissitudini che agitano chi la sostiene, piuttosto che al rischio di reali spallate che arrivino da destra. Un po’ come per Silvio Berlusconi, che ha la vera spina nel fianco in Fini e nei suoi fedelissimi (ancor di più dopo il risicato voto di fiducia alla Camera di mercoledì) anziché in una opposizione di centrosinistra, più impegnata a capire cosa fare qualora andasse al voto che non a serrare le fila e stringere il Premier all’angolo.

E lo stesso pare accada anche a Palestrina dove, in attesa di capire cosa facciano alcuni personaggi in cerca d’autore della minoranza (alcuni venderebbero l’anima per una poltroncina, altri l’hanno già fatto per pura vocazione), la coalizione eletta con Lena si esercita ad interpretare, al suo interno, il ruolo di maggioranza e opposizione. Ecco quindi che, dopo gli attriti di qualche mese fa tra il Partito Democratico e un paio di assessori alleati (leggasi Giuseppe Cilia dell’Udc e Maurizio Baldassarri della Lista Lena), il caldo dell’estate ha fatto presagire nuovi scenari. Anche all’interno della stessa Giunta.

Tra i fattori scatenanti c’è l’ennesimo salto del fossato del solito Simone Gargano, un miracolato della politica regionale che, dopo aver fatto il Consigliere con una manciata di voti per un paio di volte, e dopo essere rimasto a casa non avendo i consensi per confermare quel posto in un partito grande come il Pd, ha pensato bene di approdare all’Udc di Cuffaro. La degna conclusione di un iter che, solo per restare agli ultimissimi anni e andando a memoria, lo ha visto militare nel Partito Democratico (fino a qualche settimana fa), nell’Italia di Mezzo (il partitino di Follini), nell’Italia dei Valori, nell’Udeur di Mastella e cosi via a ritroso, in quella linea di confine dove si può giocare sempre il comodo ruolo di “politico quattro stagioni” (di quelli che piacciono tanto a Berlusconi perché sa di poter comprare con un tozzo di pane e uno sgabello). 

Una girandola di casacche che, dopo l’ultimo passaggio, potrebbe diventare lo spartiacque della politica prenestina. E non certo per la levatura messianica del personaggio, bensì perché il nuovo voltafaccia apre nuovi scenari qualora i riferimenti locali del ‘nostro’ intendano seguirne le gesta. Se è vero, infatti, che il salto di Gargano nulla cambia per Roberta Cubeddu, che nell’Udc già c’era, e per lo stesso Lena, che con la scusa di essere ‘democristiano’ (come diceva sempre il suo predecessore Diacetti) casca sempre pressoché in piedi, esso può stravolgere gli scenari all’interno del Partito Democratico. Eh sì perché, a quanto pare dalle giornate estive, dietro all’ectoplasma di Gargano potrebbero migrare verso l’Udc (o, almeno, hanno questa tentazione) quelli che alle ultime regionali lo hanno sostenuto: da Massimiliano Dolce, quindi, a Livio Carpineta e Raoul Mattogno. 

Che, di fatto, hanno già preso le distanze dagli assessore Adolfo De Angelis e Igino Macchi i quali, su un paio di vicende interne alla Giunta, non vivono momenti di idillio con gli assessori dell’Udc e del Sindaco. Macchi e De Angelis non sono neanche consiglieri, quindi facilmente ‘scaricabili’ se si volesse, ma in Consiglio il Pd conta sui chi tiene la rotta a dritta, come Memmo Lulli, Lino Sabelli, Ludovico Rosicarelli e (pur se eletto nella civica) Marcello Cerqua. Insomma, quella maggioranza iniziale di 14 consiglieri più il sindaco potrebbe anche essere tentata dall’alleggerirsi di qualche elemento scomodo (come scomodi sono i finiani per Berlusconi) per imbarcare pezzi di opposizione accomodanti e spostare il baricentro più a destra.

In fondo pare che il Sindaco, e l’Udc, che abbiano solo l’imbarazzo della scelta, sui banchi della minoranza, visto che più volte Lena & Co ripetono con fierezza che – alle riunioni di maggioranza – serve il servizio d’ordine alle porte per tenere fuori la pletora di quelli pronti a salire sul carro. Magari in nome di qualche nobile fine, come si usa dire quando c’è da giustificare ribaltini e ribaltoni di varia natura. Uno, due o tre? O forse più? A dire il vero dall’opposizione ogni tanto provano a fare la voce grossa. Attaccano i giornali per non sostenerli a sufficienza ma quando c’è da mettere nero su bianco i consiglieri del centrodestra sono i primi a dileguarsi. Dopo aver chiesto consiglio al grande capo (ovviamente Lena). Però, si sa, come nella più vecchia delle regole coniugali val sempre la pena negare, anche l’evidenza.

Fatto sta, ma questo è il dato reale, che più di qualcuno in maggioranza avrebbe la tentazione di far fuori il nucleo storico dei 4 del Pd, che diventano cinque con l’aggiunta di un Claudio Rotondi insofferente per il ‘superenalotto di Ponte Ospedalato’. Insomma, cinque rompiscatole che potrebbero essere facilmente rimpiazzati da due o tre della pattuglia Galdi. A costo pressoché nullo, visto che due assessori verrebbero a liberarsi e un terzo – quello alla cultura che non c’è – è ancora da assegnare. Un ribaltino che garantirebbe a Lena di proseguire il proprio secondo mandato con un assetto più affine a quello regionale (Pdl più Udc) in attesa di tempi migliori. Quei tempi per i quali il sindaco lavora più che mai incessantemente: mollare Palestrina per tentare la carta in Provincia. 

Operazione che, Dolce insegna, non si vince in automatico se dietro non ci sono accordi importanti. Magari pure trasversali. Certo, quanto accaduto in Parlamento, con il Premier senza più numeri e in balia dei capricci dei suoi alleati, ha dato un’improvvisa accelerazione alla partita. Rendendola più imprevedibile e aumentando di gran lunga il rischio che scelte avventate possano rivelarsi sbagliate.


(Editoriale di Massimo Sbardella, Il nuovo Corriere sabato 2 ottobre 2010)

24 settembre 2010

Olevano: serve prima il dialogo, poi l'integrazione

In Italia è alto il clima di tensione. L’aria che tiranon è quella di un paese senza problemi. Il precariato, la politica lontana daiproblemi della gente, le tensioni sociali, le associazioni mafiose che tornanoin primo piano. La storia lo insegna, nel periodo nero di ogni società gli aspettinegativi sono dominanti e l’atteggiamento dei cittadini non è certo quellodella solidarietà e del confronto, bensì dello scontro e dell’egoismo. In unacomunità più piccola come quella olevanese, per esempio, gli aspetti negativisono più facili da individuare. Il dubbio verso le istituzioni, la mancanza difiducia verso il prossimo, sono all’ordine del giorno. Gli ultimi fatti sono lachiara dimostrazione che a Olevano qualcosa non va. Qualcuno cerca anche didimostrarlo con atti e provocazioni ingenue, mettendo a rischio i beni pubblicie la vita dei cittadini. 

Il taglio del cavo dell’elettricità durante una festa dipaese, l’illuminazione saltata con una piazza completamente piena, sono laprova di un disagio, di un rancore che non trova altra maniera diesprimersi. 

E’ assurdo che ancora oggi ci si esprima con la violenza,quando basterebbe quel buon senso di sedersi a un tavolo, dialogare e cercarela soluzione conveniente per le parti. 

L’in-group e l’out-group, un tema da sociologia, unproblema per i comuni italiani. Non giova all’immagine di questo paese ealla normale convivenza in un mondo globalizzato il continuo puntare il ditocontro lo straniero, l’immigrato, il nuovo cittadino. Tutti lo sanno bene ma èpiù conveniente avere una “giustificazione” a tutto. Non ci sono posti allascuola, la colpa è dei bambini stranieri. Ci sono troppi furti, la colpa edegli stranieri. Non c’è lavoro, lo rubano gli stranieri. Si toglie il peso dirisolvere davvero il problema e si va avanti. E poi l’accusa alle istituzioni.Il disagio giovanile che avanza, la violenza che incombe, l’alcool e le droghe.La colpa è delle forze dell’ordine, troppo assenti e troppo poche per unapopolazione che continua a crescere, e dell’amministrazione poco attenta aiproblemi dei cittadini, ai disagi delle famiglie, ai giovani. La crisi sociale,politica ed economica nazionale farà anche la sua parte, ma c’è un problemaprincipale nei cittadini di Olevano: la colpa è sempre degli altri. 

E’ arrivato il momento di fare un salto di qualità, di uniregli sforzi e costruire insieme una comunità moderna che punti alla crescita eall’integrazione. Una società che non si nasconda dietro i pregiudizi e lamediocrità.

Non si può pretendere che siano gli altri, l’amministrazioneo chi per lei, di destra o sinistra che sia, a far crescere un paese quando èchiuso dentro casa per paura, indifferenza ed egoismo. Ci vuole una mossa chedeve venire dal basso. 

Ci vuole la responsabilità di ognuno di noi.


Simona Rocchi,
articolo pubblicato su Decoder del 23 settembre 2010

20 settembre 2010

Il genio che canta l’Italia che arranca

Geniale e simpatico, Simone Cristicchi quando salesul palco è un folle professore che spiega agli italiani la storia dell’Italia,quella moderna che tutti vedono ma nessuno esamina attentamente. Alla nostrarichiesta non ha esitato a dedicarci qualche minuto della sua serata perraccontarci da vicino le sue emozioni. In compagnia della sua famiglia e delsuo instancabile manager ha raccontato la sua normalissima vita di un’artistasempre in cerca di emozioni. La critica l’ha definito geniale. Lui umilmente citiene a sottolineare la sua normalità e la sua passione per quella musica chelascia il segno e insegna il senso della vita.

Simone Cristicchi, artista, attore e cantautore, unpersonaggio con mille sfaccettature considerato da subito un talento rivoluzionario,sperimentatore follemente geniale. Genialità e follia, quali dei dueelementi sono dominanti nella tua personalità?

La genialità è qualcosa che scoprono gli altri. Si sono unpo’ folle ma è normale, del resto da privilegiato faccio questo mestiere che mipermette di non avere orari e regole. Il germe di follia che ho in me escequando salgo sul palco e cerco di trasmettere agli altri un pensiero eun’emozione. Per il resto altro che folle. Sono una persona normale,con unafamiglia normale e sempre a studiare. I miei album sono frutto di un grandestudio e approfondimento.

La passione per la musica, la musica d’autore, quellavera, da dove nasce?

La passione per la musica d’autore è frutto della miaesperienza. Io cantavo inizialmente con un gruppo, la cover dei Nirvana. Ognivolta che finivo le serate, mi ritrovavo senza voce. Poi ho scoperto icantautori italiani. Scherzo. Sono i testi che mi hanno fatto apprezzare questogenere di musica. Ho provato a emularli. Le mie prime canzoni assomigliavanomolto a quelle di De Gregori. In seguito ho approfondito la conoscenza deigrandi maestri della musica italiana. Ho avuto l’onore di duettare con SergioEndrigo e ho ottenuto molti apprezzamenti da grandi artisti come Battiato,Dalla. E’ stato un grande onore per me. Il mio successo è dovuto a loro.

La musica di Cristicchi è un genere di musica sperimentale,a cavallo tra testo teatrale, poesia e musica. Una musica impegnativa chesolitamente ha difficoltà a imporsi nel mercato discografico. Quanto sembra,sei la testimonianza che un caso su mille ci riesce. Da giovane cantautorequant’è stato difficile dimostrare il tuo talento?

Io mi reputo l’ultimo dei cantautori italiani, unmiracolato, nel senso che ho avuto il mio spazio, la mia opportunità. “Vorreicantare come Biagio” è una canzone che sottolinea come sia difficile emergerein questo mondo. Molti si ritrovano a non avere altre possibilità che cantarecome gli altri. Si prostituiscono per emergere. Oggi esistono i talent showcome fucina per la musica. La canzone “Meteore” parla di questo. E poi, pensiamoci bene,il cantautore è un personaggio vecchio che non viene quasi mai accettato. Poiquando emerge, diventa una stella tra poche. Del resto sono loro che raccontanocosa ci gira intorno.

La tua bacheca è piena di premi e riconoscimenti, cosa chenel campo dello spettacolo, diciamola tutta, è buon motivo per non restare coni piedi per terra. Tu invece a terra ci sei rimasto, anzi sei andato in giro ascoprire quelle situazioni sociali difficili, con l’intento di denunciarle eportarle all’attenzione della “bella gente”. Quanto è importante la musicaper sensibilizzazione l’opinione pubblica?

La musica può esserlo secondo chi lo fa e secondo la sensibilità. De Andrè,Gregori e Fossati hanno parlato della pazzia nelle loro canzoni. Io ho avuto lafortuna di portare quella canzone davanti a milioni di persone nel momento chenon se ne parlava più. La malattia mentale è un tabù. Meglio non parlarne.Credo che questa canzone abbia smosso le coscienze. 

Cristicchi ha sempre dimostrato una grande attenzione per ilsociale. Hai lavorato come volontario. Ci racconti un po’ di questa esperienzache ha portato alla realizzazione di un album, un documentario e il libro“Centro d’igiene mentale”.Che cosa succedevadall’altra parte del cancello”?

L’esperienza che ho fatto mi ha cambiato. Mi sono accorto diquesta realtà. Li ho scoperto quanto importanti fossero queste persone e quantoimportante fosse il concetto di memoria. In questi posti ho condotto uno deimiei più interessanti studi: quello sulla memoria. Recuperare testimonianze dichi ha vissuto questa realtà, è fondamentale per conoscere la realtà deimanicomi. Da qui è nata la canzone “Ti regalerò una rosa”. Ho fatto oltre 150interviste di persone passate per i manicomi. Queste si sono sedute sullafamosa sedia gialla che ho portato a San Remo. Io non ho fatto altro cheregalare la mia voce alle loro storie.

Nel 2005 il primo album “Fabbricante di Canzoni”, nel2007 “Dall’altra parte del Cancello”, oggi “Grande HotelCristicchi”. Fabbrica, cancello, hotel è casualità o anche questa è unasorta di parodia della società moderna divisa in due parti: da una parte illavoro, la fatica, i problemi, dall’altra il denaro e l’indifferenza? 

E’ vero non ci avevo pensato. E’ casualità. Ho scelto degliedifici,dei luoghi chiusi. Del resto noi viviamo chiusi in noi stessi. Quandoc’è stato il terremoto dell’Aquila sono riemersi quei valori come la vicinanza,la solidarietà. Questo ci da la percezione di quanto la casa sia un luogo checausa una chiusura mentale. Gaber diceva che c’è solo la strada che ci puòsalvare. Torniamo per strada.

La particolarità ogni album è la comicità e lacriticità con la quale si affrontano temi importanti: la disoccupazione, ilprecariato, la politica e la religione, come non citare “L’Italia di Piero”,“Laureata precaria” e “Studentessa Universitaria” e “Genova brucia”. Insomma igrandi paradossi dell’Italia in musica. Dalle tue canzoni esce un Italia apezzi …. Siamo messi così male?

La mia non è una visione pessimista. Ci sono delle cose chebalzano agli occhi e sono evidenti. La musica ha il compito di raccontare aglialtri cosa succede. Nelle mie canzoni c’è sempre un finale che lascia apertauna speranza. La mia è una visione realista e non pessimista.

A proposito di Genova Brucia, il pezzo era del 2002 mala casa discografica l’ha considerato troppo pesante per farlo uscire a ridossodegli eventi. Una sorta di censura preventiva?

Più che censura è stata una precauzione per non avere nessunproblema. Dopo le mie insistenze, dopo averla cantata al primo maggio ed averericevuto minacce da alcuni sindacati, continuo a cantarla. Sono convinto che lagente capisca la necessità di non dimenticare fatti del genere.

Un augurio di Cristicchi per il suo Bel paese.

Spero che si riprenda. E’ un paese che merita, è un paeseche sa sognare e capire.

di Simona Rocchi

9 settembre 2010

La reazione violenta di un’Italia stanca

Il clima che si respira in Italia non è certo quello calmo e tranquillo solito dopo il rientro dalle vacanze.

La storia l’ha insegnato, quando una crisi economica si unisce con le agitazioni politiche in Parlamento, la sfiducia degli operai nei sindacati e le inquietudini dei cittadini per scelte negative, nasce un forte scontento che alimenta un’esasperazione generale e sfocia in una reazione, a volte, anzi spesso, violenta.

Reazioni come quelle avvenute in questi ultimi giorni in occasione della Festa del Pd di Torino, contro Schifani prima e Bonanni poi. La peggio è toccata al leader della Cisl, Bonanni, che è stato contestato in modo violento con lancio di sedie e fumogeni, uno dei quali lo ha colpito. Solamente l’intervento delle forze dell’ordine hanno riportato la calma.

Di là dal singolo fatto e della violenza che deve essere sempre condannata, la questione è un’altra. Davvero in Italia si è raggiunta una tensione sociale simile da spingere ad una reazione violenta? E’ sicuro il vice segretario del Pd, Enrico Letta, che queste reazioni sono l’espressione di gente anti democratica e che non ha nulla a che fare con gli interessi del Paese?

In questo paese la tensione è alta. Una minima parte della classe operaia si troverà a far fronte a un nuovo contratto di lavoro che prevede un aumento delle ore di lavoro e uno stipendio sempre inferiore al costo della vita. L’altra parte dei lavoratori, in particolare i giovani, avrà a che fare con i soliti contratti a progetto e zero garanzie pensionistiche. Una terza parte si troverà senza lavoro o in cassa integrazione, come i 130 operai dell’Omron di Alatri, in cassa Integrazione a turnazione. Così come loro, altre migliaia di lavoratori domani non avranno altra maniera per farsi sentire se non scendere in piazza e manifestare il loro dissenso.

Manifestare è l’azione più democratica che ci sia, ovviamente in modo pacifico e finalizzato al dialogo. Non è democratico l’atteggiamento della classe politica, invece, che fa finta di niente, evita il dialogo e attende che le situazioni tocchino il limite. Questo Letta dovrebbe considerare anti democratico.

Sotto le reazioni dei centri sociali, delle categorie dei lavoratori, della scuola e dei singoli cittadini, c’è una grande voglia di reagire a questa consuetudine italiana di tollerare i soprusi, le ingiustizie palesi e l’inerzia di politici che giocano con la democrazia.

Ieri i centri sociali, domani gli operai che vedranno i loro diritti diventare carta straccia, dopo domani gli studenti che non avranno insegnanti e le famiglie che non arriveranno a fine mese. Questi sono soli i primi passi di una reazione certa, quasi obbligata.

Il vice-segretario del Pd, Enrico Letta, così come altri leader politici, forse esagerano a definire questo modo di manifestare anti democratico e i riottosi, persone che non hanno interessi per il paese. Sono cittadini che hanno raggiunto un limite e pretendono una democrazia degna di essere chiamata così.

Quel che è successo in questi giorni non è solo da condannare. E’ da valutare e chiedersi il perché.

E’ utile cogliere in anticipo questi segnali prima di pagare un prezzo troppo alto.

9 settembre 2010

Cercasi sindacato per stipulare il contratto dei lavoratori

Contratti di lavoro, sindacati, diritti e doveri dei lavoratori. Nel grande risiko del mondo del lavoro si giocano ogni giorno tante guerre. 

Le vittime sempre le stesse: i lavoratori che vedono i loro stipendi diminuire, il costo della vita salire, l’orario di lavoro prendere quasi un terzo della giornata, la cassa integrazione in agguato.

Ci servirebbe un Charlie Chaplin in versione “tempi moderni” per spiegare chi dovrebbe tutelare i lavoratori dalla prepotenza dei grandi, magari con un bel film che di sicuro metterebbe d’accordo la critica cinematografica ma non i sindacati, abituati a farsi la guerra sulle spalle dei lavoratori e tutelare gli interessi degli imprenditori.

Federmeccanica e Fiom insegnano.

Federmeccanica ha deciso di uscire fuori dal contratto di lavoro del 2008 e trattare la possibilità di deleghe al contratto del 2009, prendendo in considerazione la proposta della Confindustria di muoversi sulla base del modello tedesco, dove sono garantite clausole d’uscita dal contratto per determinati settori e in casi eccezionali di crisi. La rinuncia del contratto nazionale del 2008 è finalizzata a mettere in atto il diktat di Marchionne e quindi l’accordo Fiat a Pomigliano.

Per i lavoratori non è una grande conquista. Sono previsti turni di lavoro con meno pause e ritmi accelerati, 80 ore di straordinario comandato aggiunte alle 40 già previste, mancato pagamento dei primi tre giorni di malattia in caso di assenteismo anomalo e sanzioni economiche per chi non rispetta i patti. Insomma, non è stata una scelta condivisa bensì una via obbligata dalla minaccia di Marchionne di mandare tutti a casa.

La Fiom, il sindacato dei lavoratori delle imprese metal meccaniche, dal suo canto, reagisce ma invano. Vuole contrastare la Federmeccanica e Marchionne ma rifiuta di sedersi al tavolo della trattativa. Così facendo non considera che si auto estromette dalle fabbriche, con la conseguenza di non poter tutelare i lavoratori.

Se è vero che i contratti di lavoro si siglano tra due parti: sindacati ed imprese, in Italia il sindacato dov’è? Perché si rifiuta sempre di trattare? Perché deve darla sempre vinta ai prepotenti?

Prima di parlare di contratti di lavoro sarebbe opportuno definire un valido sindacato.

7 settembre 2010

Il fallimento del Piano Sicurezza

Angelo Vassallo, sindaco di Pollica nel Cilento muore inCampania, il Procuratore Generale Salvatore Di Landro rischia con una bomba sotto casa a Reggio Calabria, Roberto Saviano fa i conti con le carcasse delle cornacchie abbandonate sul lungomare di Sabaudia, migliaia di cittadini in tutta Italia pagano ogni giorno il pizzo alla mafia per vivere, i rom vengono rispediti a casa come pacchi postali. Tutto questo mentre i Ministri dell’Interno e della Giustizia, Roberto Maroni ed Angelino Alfano, esibiscono con orgoglio i risultati del Governo nella lotta alla mafia, la sicurezza dei cittadini e il controllo dell’immigrazioni.

Soddisfatti di cosa non si sa, considerando che la realtà dei fatti non ha niente a che vedere con i dati evidenziati dai due Ministri,esclusivamente numerici, calcolati senza tener conto di variabili fondamentali.

Il piano sicurezza tanto osannato dal Governo è un vero e proprio fallimento.

Secondo quanto riferisce il Ministero dell’Interno, le leggi per il controllo dell’immigrazione  hanno portato una riduzione degli sbarchi illegali da 29.076 del 2009 a 3.499 del 2010.

Ottimo risultato. Peccato che nella valutazione non sonostati calcolati gli arrivi via terra di gente con regolare permesso di soggiorno in seguito perso e, cosa peggiore, il numero di migranti imprigionati in carceri-lager della Libia, assolutamente vietati al controllo dei responsabili Onu.

Il reato di clandestinità non ha portato i risultati aspettati. Infatti, qui Maroni tace e fa bene. I tre gradi di giudizio necessari per infliggere multe e decretare espulsioni hanno favorito esclusivamente unritardo nelle procedure giudiziarie.

E’ sulla lotta alla mafia che cade tutto il sistema sicurezza. Il Ministro Maroni e i suoi compagni parlano di ottimi risultati ma non considerano la revoca della scorta al pentito Spatuzza, la morte di Vassallo e il rischio che corrono i vari procuratori generali Di Landro.

Si avvalgono persino del successo degli ultimi arresti dei boss, come se la cattura dei latitanti fosse frutto del Governo e non della magistratura, che fino a prova contraria è indipendente. Indipendente nelle scelte ma non nelle risorse economiche che per via della crisi lo stesso Governo ha tagliato, con conseguente riduzione di volanti, armi e fondi per le indagini.

E’ da capire a quale successo si riferisce Maroni.Certamente quello del Governo nel favorire la mafia.

Agli italiani non resta che prendere atto dell’ennesimo fallimento di un piano che, a tutto era destinato, tranne alla sicurezza dei cittadini e domani, andare al funerale di uomo onesto con l’unico difetto di aver detto no ad un sistema di corruzione tanto in voga in Italia.

 

Simona Rocchi

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novembre